Non so se sia una sensazione che condividete, ma ho notato che spesso quando guardiamo al nostro passato, lo facciamo con un senso di inconsapevole superiorità. Ci rendiamo conto di essere cresciuti, di aver affinato il nostro sguardo, di aver maturato esperienze che ci permettono di vedere le cose di ieri con occhi nuovi: con più lucidità.

Guardiamo al nostro “io” di un tempo e lo giudichiamo spesso ingenuo, manchevole, incompleto, impreparato ad affrontare le situazioni contingenti. Ci facciamo addirittura un po’ di tenerezza, come quando ci rivediamo nelle vecchie fotografie, nelle quali appariamo fuori moda e fuori tempo, con capelli, vestiti ed espressioni che oggi non avremmo più. 

Spesso pensiamo che se avessimo avuto la saggezza e l’esperienza del presente, nelle situazioni passate avremmo agito diversamente.

E allora potremmo chiederci: non sarà che anche oggi siamo immersi in una visione per cosi dire condizionata, della quale ancora non ci rendiamo conto?

Non ci viene il dubbio che tra dieci, vent’anni, ci osserveremo con lo stesso distacco con cui oggi osserviamo il nostro passato e scopriremo errori che ora ci sfuggono, credenze che ora ci sembrano solide e che invece si sgretoleranno?

E se fosse una specie di condanna? Se fossimo sempre destinati a vivere dentro schemi mentali temporanei, senza mai raggiungere uno stato di consapevolezza definitiva? Se stessimo correndo dietro a valori che fra qualche anno non riconosceremo più? 

Stiamo spendendo vita ed energie, stiamo seguendo idee, progetti, destini con il rischio di trovarci come nella caverna di Platone, inconsapevoli prigionieri di un’illusione che ci porta a scambiare le ombre sul muro per la realtà, senza sapere che dietro di noi c’è una fonte di luce più grande.

Ho paura delle ombre e delle sovrastrutture, ho paura di essere nella caverna e non rendermene conto; senza contare che, sempre seguendo Platone, chi esce dalla caverna e scopre la verità è condannato all’incomprensione, perché una volta tornato dentro viene deriso dagli altri prigionieri, incapaci di vedere oltre.

Quando guardiamo e giudichiamo il nostro passato, è come se esso stesso ci avesse portato fuori dalla caverna di allora, perché ogni fase della nostra vita è una piccola caverna, dalla quale riusciamo a uscire solo con il tempo. 

Ma allora, se anche il presente è una caverna, chi ci dice che stiamo davvero vedendo la realtà? 

Forse non siamo mai davvero fuori. Forse siamo sempre immersi in un’illusione che solo il futuro e una nuova consapevolezza più evoluta potrà svelare.

La nostra visione del mondo non è mai neutra: è il prodotto di una serie di valori, credenze, convenzioni sociali che cambiano con il tempo. Ciò che oggi ci sembra ovvio e naturale, domani potrebbe apparirci come una costruzione artificiale, un vincolo mentale di cui liberarci. Una sovrastruttura culturale che ci condiziona, per dirla con Nietzsche, secondo il quale la nostra morale non è altro che una interpretazione della realtà, plasmata dalla nostra idea soggettiva di giusto e sbagliato.

Se fosse possibile uscire dal nostro tempo e guardarci con totale lucidità, cosa vedremmo? Saremmo d’accordo con le scelte che stiamo facendo oppure scopriremmo di essere intrappolati in una logica che oggi ci sfugge? Se il pensiero stesso è un prodotto della nostra epoca, possiamo davvero sperare di liberarci dai suoi vincoli?

Guardarsi da fuori e da dentro

Alcuni manuali di gestione aziendale sostengono che un buon imprenditore dovrebbe dirigere la sua azienda dall’esterno, perché finché è immerso nel sistema, non riesce a vederlo con lucidità. Forse dovremmo fare lo stesso con noi stessi: imparare a osservarci da fuori, a guardare le nostre azioni con il distacco di uno spettatore. Dovremmo puntare una telecamera sulla nostra casa e guardarci ogni volta che rientriamo alla sera, dovremo guardare il nostro film dall’esterno e domandarci se ci piaciamo, se siamo davvero chi vogliamo.

Ma questo basta? Non credo, come non credo sia facile essere in grado di guardarci veramente e onestamente da fuori, superando i condizionamenti del narcisismo imperante di quest’epoca, (per altro ben rappresentato nel fenomeno dei social network).

C’è da impazzire.

Io credo che l’esercizio di guardarsi da fuori sia una buona parte del cammino, ma anche solo una parte del viaggio. L’altra metà consiste, all’opposto, nel guardarsi dentro e in profondità, passare dal distacco di uno sguardo esterno all’interiorità più profonda, ignorando tutte le sovrastrutture che stanno in mezzo. Dovremmo essere osservatori distaccati e ascoltatori profondi, senza badare alle ombre sui muri.

Solo così, forse, possiamo avvicinarci a una consapevolezza che non sia destinata a sgretolarsi con il tempo, a meno che non sia proprio l’idea di una saggezza definitiva a essere essa stessa un’illusione.

In questo caso, l’unica cosa che ci resta è accettare l’idea relativistica che ogni certezza è provvisoria; accettare che ogni verità è temporanea, accettare l’angoscia che tutto questo comporta e lasciarsi andare al flusso della vita.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *